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Personaggi illustri

LA CITTA'

VINCENZO CONSOLO


VITA ED OPERE Nato a Sant'Agata di Militello (Messina) nel 1933, vive a Milano. Dopo l'esordio nel 1963 con La ferita dell'aprile, si è imposto all'attenzione del pubblico e della critica con il suo secondo romanzo, Il sorriso dell'ignoto marinaio (1976), uno dei più importanti di quest'ultimo periodo della nostra letteratura. È un romanzo storico ambientato in Sicilia fra il 1852 e il 1860 ed ha al centro una sommossa contadina, scatenatasi in un piccolo paese, Alcàra Li Fusi, all'arrivo delle truppe garibaldine e sfociata in atroci violenze contro i borghesi un episodio simile alla rivolta di Bronte narrata da Verga in Libertà). La sommossa è l'occasione per una presa di coscienza del protagonista, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, che, pur di idee democratiche e patriottiche, è vissuto sino a quel momento lontano dall'impegno politico diretto, chiuso nelle sue ricerche erudite e scientifiche.
La conclusione del nobile intellettuale
è che è inutile scrivere: bisognerebbe agire. L'unica azione che gli appaia degna è lasciare la sua casa e i suoi beni e destinarli a scuola per i figli dei popolani, in modo che



possano un giorno scrivere da sé la propria storia. Il Procuratore a cui si rivolge, un patriota mazziniano che aveva subito l'esilio, dovrà invece agire non più per l'Ideale, ma per una «causa vera, concreta», dovendo decidere della vita di uomini che hanno usato la violenza ma spinti da più gravi e secolari violenze da essi subite. L'uomo colto deve abbandonare il suo distacco, dovuto all'intelligenza, alla sapienza, alla ragione, alla nascita, alla ricchezza (distacco simboleggiato dall'ironico sorriso dell'uomo raffigurato nel quadro di Antonello da Messina che dà il titolo al libro, oggi conservato al Museo Civico di Cefalù). E difatti il Procuratore proscioglierà gli accusati. Per questa presa di coscienza dell'intellettuale aristocratico il romanzo appare come un "anti-Gattopardo" ed il barone di Mandralisca si pone come l'antitesi del principe di Salina del romanzo di Tornasi di Lampedusa (cfr. T50), del suo disincantato e inerte scetticismo dinanzi al procedere della storia che sta cancellando la sua classe e tutto il suo mondo. Il successivo Retablo (1987) riprende in certa misura queste tematiche, riproponendo la figura di un intellettuale aristocratico che vuol fuggire la storia, ma deve fare i conti con la brutale realtà di essa durante un viaggio di conoscenza in Sicilia. In Nottetempo, casa per casa (1992) Consolo prosegue la sua ricerca sulla storia dell'Italia recente, spostando l'attenzione sulle origini del fascismo, nei primi anni Venti. Anche qui un intellettuale, il giovane maestro Pietro Marano, vive le tensioni del primo dopoguerra, si accosta al movimento socialista ed anarchico e, dopo aver subìto la violenza distruttiva delle squadracce, compie un gesto dimostrativo attentando con una bomba al palazzo del barone don Cicio, dannunziano, corrotto e fautore del fascismo. Ne segue una dura repressione che costringe Pietro a lasciare la Sicilia. Ma il protagonista, nellostaccarsi dalla sua terra, ripudia la violenza, «la bestia trionfante di quel tremendo tempo, della storia, che partorisce orrori, sofferenze», ed abbandona il movimento anarchico. Nell'esilio si propone di scrivere: «Pensò che ritrovata la calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro. Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore ...». E la scelta opposta a quella del protagonista del Sorriso dell'ignoto marinaio: all'azione viene sostituita la letteratura, e se questa nel precedente romanzo era definita un'«impostura», ora diviene l'unico mezzo per dare un senso alla storia e alle sue atrocità.
L'ultimo romanzo di Consolo, Lo Spasimo di Palermo (1998), si concentra sui giorni nostri, su questi ultimi anni straziati dalla violenza del terrorismo e della mafia. Al centro vi è ancora la figura di un intellettuale, lo scrittore Gioacchino Martinez, che ha lasciato Palermo dopo aver subìto le angherie mafiose ed ha visto il figlio costretto alla fuga a Parìgì, per aver fiancheggiato il terrorismo. Il figlio nella figura del padre ha rinnegato tutti i padri, la generazione che avrebbe dovuto ricostruire il paese dopo il disastro della guerra, «formare una nuova società, una civile, giusta convivenza», e che ha clamorosamente fallito. Anche Gìoacchìno aveva tentato la rìvolta, nell'ambito della scrittura, distruggendo le convenzioni letterarie, per lui complici del «disastro sociale». Ma la sua lotta è approdata alla sconfitta e all'abbandono della scrittura. Il romanzo si chiude con la morte di un giudice ucciso dalla mafia, che ricalca l'attentato in vìa d'Amelìo al procuratore Paolo Borsellino, nel luglìo del 1992: è una conclusione desolatamente pessimistica, che sancisce la sconfitta e l'impotenza della ragione di fronte alla violenza barbarica che devasta la società. Di Consolo possono essere ancora ricordati: Lunaria (1985), fiaba in forma dialogata, che tratta il mito della caduta della luna, di ascendenza leopardiana; Le pietre di Pantàlica (1989), una raccolta di racconti, ritratti, prose di memoria e di cronaca, in cui il passato splendido della Sicilia è contrapposto al presente degradato e corrotto e si esprime la disperata impotenza dello scrittore; L'olivo e l'olivastro (1994), a metà tra l'opera saggistica e il poema, che appare un'ideale continuazione di Nottetempo, casa per casa.

(tratto dal libro “Dal testo alla storia dalla storia al testo”, volume h “dal dopoguerra al postmoderno” di Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razzetti e Giuffrida Zaccaria – pagg.364-365).




LIOTTA AURELIO


Nato a S. Agata di Militello (ME) il 10 novembre 1886 da Ignazio e Pirrone Maria. Frequenta la scuola militare di Modena ed esce sottotenente il 4/9/1908 con assegnazione all’8° Reggimento Bersaglieri. Partecipa alla guerra di Libia meritandosi un encomio. Allo scoppio del conflitto fa parte del battaglione ciclisti e alla promozione a Capitano rientra al III btg. ordinario dell’8°. A gennaio del 1916 chiede di essere ammesso alla scuola di pilotaggio a Cameri e a Venaria Reale. Promosso Maggiore, dopo un periodo passato da insegnante, rientra ai reparti di linea in Albania al comando dell’8° gruppo prima, poi della 116° squadriglia. Nel 1923, all’atto della costituzione della Forza Aeronautica, col grado di Tenente Colonnello ricopre diversi incarichi di stato maggiore. Nei successivi gradi si occupa della 3° zona aerea, degli aeroporti (costruzione) e del Reale Aero Club d’Italia come commissario straordinario. Promosso generale di divisione nel ’33 poi di squadra Aerea assume nel 1936 il comando dell’aviazione in A.O.I.. Attentato a Graziani. ......Un secondo ordigno sfiora ancora le autorità italiane, ma un terzo colpisce in pieno il Viceré, esplodendo alle sue spalle e riempiendo il suo corpo di ferite. Graziani cade a terra, riverso in una pozza di sangue, mentre tutto intorno a lui si scatena la strage. Vengono

lanciate altre bombe, 7 o 8 secondo i primi rapporti, più tardi si parla di 18 . Si contarono sette morti e una cinquantina di feriti. Fra di essi il generale Liotta, cui fu amputata una gamba e che perse la vista da un occhio..... Nel 1939 (aprile) venne nominato Senatore.Le gravi ferite riportate gli valsero la medaglia d’Oro militare aeronautica di lunga navigazione aerea di 1° grado ma lo resero inabile al servizio aprendogli le porte della carriera diplomatica come addetto militare aeronautico a Berlino (4 aprile 1938). Allo scoppio della II guerra mondiale riprende il comando dei servizi aerei speciali fino al 1941. Morirà a Messina il 26 marzo 1948 dopo essere stato epurato e spogliato (18/01/1945) del titolo di Senatore dall’alta Corte di Giustizia per le Sanzioni contro il Fascismo (ACGSF).Onorificenze: Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia 7 aprile 1918Cavaliere ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia 15 ottobre 1923Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia 27 ottobre 1930Grande ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia 20 dicembre 1934Cavaliere dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro 1° luglio 1926Cavaliere ufficiale dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro 3 giugno 1932Commendatore dell'Ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro 4 giugno 1936Cavaliere ufficiale dell'Ordine militare di Savoia 5 settembre 1936, 19 febbraio 1937Grande ufficiale dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia 13 maggio 1937Commendatore della Legione d'onore 29 luglio 1937Altre decorazioni: Croce al merito di guerra (2); Medaglia commemorativa della guerra 1915-1918; Medaglia d'argento al valore militare (2); Medaglia militare aeronautica di lunga navigazione aerea di 2° grado (argento); Croce d'oro per anzianità di servizio.


GIOVANNA CECERE, biografia di una pittrice


Giovanna Cecere è nata nel 1944 a Piedimonte Matese, antico centro della provincia di Caserta. Ha manifestato, fin da bambina, vivo interesse e spontanea attitudine per l'arte, precocemente attratta dalle lusinghe della dimensione onirica. Undicenne, si è trasferita con la famiglia in Sicilia, a Santo Stefano di Camastra, dove il padre era stato nominato Direttore della Scuola Musicale Comunale. Dopo aver frequentato il biennio di perfezionamento nell'Istituto d'Arte per la Ceramica del luogo di nuova residenza, si è iscritta all'Istituto d'Arte di Siracusa. In quella cittadina è vissuta volentieri, nutrendosi di memoria storica, sedotta dal fascino di Ortigia e della Fontana di Aretusa, riverente ai Greci per lo splendore del teatro e la terribile cupa oscurità dell'Orecchio di Dionigi. A diciassette anni, ha conseguito il diploma, distinguendosi quale allieva dal miglior profitto. Frequentata per un anno la Facoltà di Architettura di Palermo, non convinta della sintassi della geometria razionale, di cui tuttavia avrebbe continuato a subire il condizionamento, ha cambiato ateneo. Ha, così, avviato la sua nuova esperienza culturale presso l'Accademia di Belle Arti della stessa città. Ha seguito le lezioni dei primi due anni, sostenendo i relativi esami. Poi, avendo, giovanissima, superato il concorso per l'insegnamento di Disegno e Storia dell'Arte, ha dovuto interrompere gli studi, non più conciliabili con l'attività di docente nelle scuole statali, attività che ha inaugurato appena diciassettenne e ha svolto dal 1961 al 1997. Il completamento della formazione artistica, però, è per lei rimasto un "sogno nel cassetto", che solo più tardi avrebbe trovato realizzazione.
Titolare della cattedra di Educazione Artistica, nel 1974 si è stabilita a Sant'Agata Militello (Me), città nella quale risiede e opera, trascorrendo buona parte del suo tempo nel suo atelier, intenta a esprimere la sua interiorità, segnando su tele e fogli linee sognanti che sostanziano eterei ritratti femminili o forme

imbevute di cromie aduste, eppure irreali, rivelatrici di un io non facilmente plasmabile, frammento di un infinito che ignora spazio e krónos. Negli anni '90, stimolante si è rivelato per la Cecere l'incontro con il critico e storico dell'arte Giovanni Bonanno, le cui letture, ora dure ora di apprezzamento, hanno suscitato in lei l'esigenza di rivedere radicalmente i moduli stilistici impiegati, portandola a profonde riflessioni sull'universo pittorico trasposto nei dipinti. La suggestione dei grandi maestri del passato, tenuta viva anche dalle visite ai maggiori musei, ha alimentato la sua sete di progredire, di andare oltre. Positivo e interessante, nel suo iter, il contatto con il prof. Antonio Benemia, docente dell'Accademia di Ancona, e con la prof.ssa Angela La Ciura dell'Accademia di Palermo. Decisamente fecondo per la Cecere il dialogo con il Card. Salvatore Pappalardo, la cui singolare intelligenza ha interpretato la polisemia delle di lei opere Nel 1996, le conversazioni con un pittore parigino hanno fortemente ridestato in lei il desiderio di riaccostarsi ai percorsi culturali rimasti incompiuti. Così nel 1997, ormai al termine della sua carriera di docente, ha partecipato, da allieva, a un corso sul nudo presso l'Accademia di Belle Arti di Palermo. L'anno successivo, nella medesima Accademia, ha ripreso gli studi del curriculo quadriennale dell'indirizzo di pittura. Rivoluzionante per lei la guida del professore Franco Nocera, che ha costantemente incoraggiato il suo lavoro, incarnando una funzione ermeneutica, quella di chi ha tirato fuori l'ardore nascosto, il guizzo fantastico a lungo contenuto, il talento imprigionato. Dietro l'impulso del maestro, sono emerse nuove campiture di colore, sorprendenti armonie del segno, finalmente libero.
La Cecere si è laureata nell'anno accademico 2001-02, con il massimo dei voti e la lode, discutendo la tesi Armando De Stefano, narratore visivo. Aveva conosciuto il grande pittore a Napoli, nel suo studio. Quel colloquio l'aveva mirabilmente scossa. La piacevolezza del discorrere del maestro, lo svelare verità inedite sulla stia vita di artista, il mostrare oggetti insoliti e tele ignote avevano prodotto istantaneamente un dibattito confidenziale, di empatica interazione. La statura di quell'uomo doveva essere indagata ulteriormente. Motivata da incontri e successi, Giovanna Cecere sia dando vita, in questi anni, ad opere di folgorante bellezza cromatica.

ANNA MARIA TATA




GIUSEPPE GENTILE


Nato nel 1880 a S. Agata Militello, Giuseppe Gentile, avvocato, del partito demosociale, viene eletto alle politiche del 1919 nelle lista governativa. Diplamatico, resse vari consolati negli Stati Uniti e durante questo periodo conobbe e incontrò santa Maria Cabrini. Alla Camera militò nelle file dei radicali e mostrò speciale competenza nelle questioni di politica estera e di emigrazione; in seguito passò nel partito fascista, creando una sezione a S. Agata.

(tratto dall'Atlante dei Beni Culturali e Ambientali)


ANGELO VICARI

Nasce a Sant’Agata di Militello (Messina) nel 1908. Entra nell’amministrazione civile dell’Interno nel 1931. E’ nominato prefetto nel 1946 e regge in successione le sedi di Rovigo, Bergamo, Ascoli Piceno. Nel 1948 dirige la prefettura di Palermo, in un momento cruciale della lotta contro la banda Giuliano.E’ nominato Capo della Polizia il 10 ottobre 1960. Assume l’incarico in un momento di grandi cambiamenti sociali e culturali, con i movimenti giovanili che si ritagliano un ruolo politico e con esso a volte un destino di conflittualità anche violenta con lo Stato. Sul versante interno punta su due aspetti principali per l’innovazione della P.S.: la formazione e il coordinamento. Il 29 dicembre 1960 su sua proposta è istituita la divisione di Polizia Criminale, affidata ad un funzionario col rango di vice capo della Polizia. La struttura si avvale della collaborazione dei Carabinieri e della Guardia di Finanza per lavorare in sinergia, sviluppando uno scambio di informazioni, di tecniche e di esperienze. Dopo due anni costituisce prima a Palermo e Trapani, dove la mafia ha forti radici, i primi Centri di coordinamento interprovinciale estendo in seguito la rete al Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia, Puglia, Campania e Sardegna. Dopo un anno dalla costituzione della Criminalpol nasce il 113, servizio di soccorso pubblico, pubblicizzato con lo slogan “ La polizia al servizio del cittadino”, che segna un’importante novità. Nel 1964 crea l’Accademia degli ufficiali di polizia. Per la lotta alla criminalità potenzia la rete delle radiocomunicazioni e dota la pattuglie antirapina di auto capaci di competere per potenza e velocità con quelle dei rapinatori. E’ di questo periodo l’assegnazione della famosissima Ferrari, con la quale il celebre maresciallo Spatafora compie spericolati inseguimenti che portano a un gran numero di arresti. Il momento storico è molto delicato per l’ordine pubblico con le agitazioni di piazza del movimento studentesco, che esaurita la sua spinta, lascierà un fertile terreno agli embrioni del terrorismo di destra e di sinistra con le brigate rosse (gli anni di piombo). Vicari termina il suo incarico il 28 gennaio 1973. Morì il 17 maggio del 1991, all'età di 83 anni. I Funerali furono offiati dal vescovo Mons. Ignazio Zambito, vescovo di Patti e dai parroci Antonio Spiccia e Vittorio Casella.

(tratto dal sito della Polizia di Stato)


ANNIBALE BIANCO


Annibale Bianco è noto per la sua attività di deput ato e di assessore regionale negli anni successivi al secondo dopoguerra, e per il saggio del 1923 “1l Fascismo in Sicilia"; diviene una figura di primissimo piano nella politica messinese, in quanto segretario provinciale del partito Nazionalista. Scrittore, giornalista, difese la corrente e il potere del suocero Ciuppa combattendo lo strapotere dell'on. Gentile. In seguito, avvenuta la fusione col partito fascista, il nazionalista Bianco entra nella federazione provinciale fascista in qualità di vice segretario politico, facendo nascere a S. Agata un'altra sezione che in opposizione alla sezione dei “gentiliani" fu uno dei fulcri dello scontro tra le due fazioni negli anni venti.

(tratto dall'Atlante dei Beni Culturali e Ambientali)



DON BIAGIO AMATA


Don Biagio AMATA nasce a S.Agata Militello il 9 agosto del.1939. Dopo aver ricevuto la prima professione nella Società Salesiana: S. Gregorio di Catania il 16.8.1956 e la professione perpetua nella Società di S.Francesco di Sales il 16.8.1960, viene ordinato sacerdote a Messina il 19.3.1965. Laureatosi in Lettere e Filosofia il 25 novembre 1969 presso l'Università di Messina con la tesi "Gli 'errori' di Arnobio [di Sicca]". Diviene Preside della Scuola Media 'S.Francesco di Sales' e del Liceo “D.Bosco” di Catania, dal 1971 al 1978; direttore dell’Istituto Salesiano ‘S.Luigi’ di Messina dal 1978 al 1981; direttore e Preside dell'Isitituto Don Bosco di Palermo nel 1981-82; docente all'Università Pontificia Salesiana dal 1982 nella cattedra di Letteratura cristiana latina della Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche (Pontificium Institutum Altioris Latinitatis); Preside [Decano] nella Facoltà di Lettere Cristiane e Classiche (Pontificium Institututm Altioris Latinitatis) dal 1984 al 1990 e nuovamente dal 13 maggio 2000. E' autore di numerosissime pubblicazioni e recensioni.

Andrea Sturniolo


CAN. CARMELO SANCETTA

Nato a Militello Rosmarino il 22 marzo 1846, entra ancora adolescente nel Seminario Vescovile di Patti presso il quale, raggiunta l'età canonica, riceve l'ordinazione presbiterale il 21 settembre 1868. Completa gli studi alla Regia Università degli Studi di Palermo, dove è discepolo di Simone Corleo. Nominato segretario del Vescovo di Patti Mons. Maragioglio e Canonico della Cattedrale, viene chiamato al contempo in seminario ad insegnare filosofia e letteratura italiana. Nel 1873, a soli 27 anni, inizia a Milazzo la sua missione di predicazione che lo condurrà per i "maggiori pergami" prima della Sicilia e, dopo il 1880, del resto della penisola: in quell'anno, infatti, predica la Quaresima nella Cattedrale di Siena, e nel mese di luglio nella chiesa di San Biagio a Modena; da allora praticamente ogni anno riserva parte della sua azione pastorale all'attività di predicazione: a Bologna, a Modena e a Reggio Calabria (1881), a Genova (1882), a Vicenza (1883), a Milano (1884), a Venezia, a Modena e a Cremona (1885), di nuovo a Genova (1886), a Bologna (1887) e a Siena (1888), ad Este (1888), a Livorno (1889), a Verona (1890), a Padova (1891), a Milano, a Brescia e a Verona (1892), a Pisa e a Vicopisano (1893), a Reggio Calabria (1894), a Torino (1895), a Brescia (1896), a Firenze e a Verona (1897). Nel 1898 è nella Cattedrale di Patti a predicare la quaresima. Nel 1901 e nel 1902 predica la quaresima a Genova ed infine nel 1904 a Verona. Nel frattempo, nel 1882 Mons. Maragioglio lo aveva nominato economo della parrocchia di Sant'Agata Militello, dopo la privazione dell'ufficio del precedente parroco Faraci. A causa dell'opposizione di parte del clero locale, veniva costretto il 5 settembre 1883 a dare le dimissioni, ricevendo dal Vescovo l'elezione a Canonico della Cattedrale di Patti; dimessosi da tale carica, otto giorni dopo, nonostante la sua riluttanza, veniva nuovamente mandato a Sant'Agata, questa volta con la nomina di Arciprete. Con fatica e dopo diversi anni riuscì a vincere le opposizioni di parte del clero e della politica locale e a farsi amare dalla popolazione. In periodo di intransigentismo cattolico, già nel 1910 prefigurava ed auspicava la conciliazione tra Stato e Chiesa; a Sant'Agata viene ricordato, oltre che per la sua cultura, anche come patriota, per un'allocuzione del 1915 in cui propiziava la vittoria dell'esercito italiano. Muore, a seguito di fulminea malattia, il 24 settembre 1916. Il 23 agosto 1920, il nuovo parroco Mons. Giuseppe Zappalà faceva erigere in sua memoria un monumento marmoreo dentro la Chiesa Madre di Sant'Agata Militello.

STEFANO BRANCATELLI


MONS. GIUSEPPE ZAPPALA'

Nato a Sant'Agata Militello il 16 maggio 1883 da Orazio ed Emanuela Sancetta, viene battezzato nella chiesa parrocchiale il 13 giugno 1883. Inizia nel novembre del 1895 gli studi ginnasiali nel Seminario Arcivescovile di Monreale. Rientrato a Sant'Agata, nel 1896-97 prosegue gli studi da privato presso l'avv. Giuseppe Lo Monaco e nel novembre 1897 entra nel Seminario Vescovile di Patti. Nel giugno 1903 viene chiamato ad adempiere al servizio militare che in seguito svolge come volontario presso il 3° reggimento Artiglieria da Costa in Messina. Congedato il 15 novembre 1904, rientra in seminario dove viene ordinato suddiacono il 20 agosto 1905, diacono il 9 giugno 1906 e presbitero il 6 gennaio 1907. Svolge la mansione di vicario cooperatore della Parrocchia di Sant'Agata Militello sin quando, il 24 maggio 1915 viene richiamato alle armi ed assegnato alla 12a Compagnia di Sanità. Il 14 agosto 1915 parte per il fronte. Nominato cappellano militare, il 27 febbraio 1916, viene assegnato al 75° Reggimento fanteria a Monfalcone e decorato al valore militare con medaglia di bronzo (Bollettino Uff. del 10 gennaio 1917 disp. 3 paf. 312) e con croce di guerra il 30 giugno 1920. Diviene Cavaliere della Corona d'Italia. Ferito il 14 agosto 1916, viene ricoverato prima all'ospedale Rossini di Brescia e poi in quello della Croce Rossa di Palermo. Nominato cappellano militare del 14° Artiglieria di Campagna, raggiunge il Reggimento a Gorizia il 26 ottobre 1916. Per avvicendamento viene assegnato come cappellano Militare all'Ospedale di Riserva di Genzano in Roma il 10 marzo 1918, trasferito all'Ospedale di Palermo il 18 gennaio 1919 per essere infine inviato in licenza illimitata il 30 aprile 1919. Nominato arciprete di Sant'Agata Militello il 12 agosto 1920, viene immesso in possesso da S.E. Mons. Ferdinando Fiandaca il 23 agosto 1920. Dal 16 settembre 1928 è canonico della Collegiata di Santo Stefano di Camastra. L'11 giugno 1936 viene nominato Cameriere d'onore di Sua Santità, il 10 agosto 1939 cameriere segreto. Dota la Chiesa Madre della decorazione esterna ed interna, e si dedica totalmente per ben 45 anni all'azione pastorale nella sua comunità. Muore il 13 novembre 1965.

STEFANO BRANCATELLI

SALVATORE FERRARA

Nato a Messina il 28 febbraio 1931, in gioventù si trasferì con la famiglia a Sant'Agata Militello per la presenza di parenti nella cittadina e qui si sposò con l'insegnante Maria Mollica. Entrambi nel 1962 si trasferirono a Seregno, in provincia di Milano, per dedicarsi all'insegnamento nella scuola elementare statale ed alla nascente famiglia. Personalità poliedrica, fu pubblicista, scrittore, poeta e pittore. Pur avendo pubblicato solo un volume di poesie per conto delle edizioni italo svizzere di Varese, l'amore per la poesia lo accompagnò per tutta la sua vita, affascinato com'era da due miti della sua terra, Quasimodo e Sciascia. Nei racconti evidenziò spesso un garbato e sottile umorismo. Collezionò numerosi premi come poeta ed autore di racconti, ma è soprattutto la feconda attività pittorica, ricca di paesaggi della sua terra lontana e della Brianza vicina, che ha suscitato grande interesse, così da far figurare le sue opere in collezioni private e pubbliche in Italia e all'Estero e da far inserire il suo nome in diversi cataloghi e pubblicazioni. Esemplare in vita, la fede in Dio lo spinse a vivere serenamente anche il periodo di malattia che lo condusse alla morte giunta il 25 aprile 2007.

STEFANO BRANCATELLI

PAOLO FERRARA

Nato a Sant'Agata Militello il 21 giugno 1895, dopo aver partecipato alla grande guerra del 1915-18, superò il concorso magistrale, risultando il primo in graduatoria. Donatosi all'insegnamento nella Scuola Elementare Statale di Sant'Agata Militello, per 12 anni occupò il posto di Direttore Didattico. Durante il tempo libero aveva principalmente due hobbys: la caccia, che gli consentiva di sviluppare il suo amore viscerale per la natura, e la stesura di commedie in dialetto siciliano. Apprezzatissimo come letterato e scrittore di teatro, scrisse numerose opere ma, purtroppo, la maggiorparte è andata dispersa per via di un incendio negli stabilimenti della Siae. Intrattenne rapporti di amicizia con gli attori che portarono in giro le sue commedie, quali il celeberrimo Angelo Musco, Rosina Anselmi, Michele Abruzzo, Turi Pandolfini etc. Essi erano entusiasti delle sue commedie, recitandole dappertutto ed in particolare a Milano, Roma, Tunisi. Di recente, la sua opera più famosa, "U Pattu a quattru", è stata messa in cartellone a Palermo dalla Compagnia Teatrale Franco e Nino Zappalà e rappresentata anche a Sant'Agata. Delle tante opere teatrali, è stato possibile rintracciarne solamente otto: "A birritta di me patri", "U pattu a quattru", "Quannu u celu si fa scuru", "La fine del mondo", "Al lido Vittoria", "U sinnacu di Mascaliddi", "Ditta Favola e compagni", "Ma...c'è logica?". Morì prematuramente a Sant'Agata Militello il 19 marzo 1955, all'età di quasi sessanta anni.

CONCETTA FERRARA


AVV. SALVATORE MANCUSO


Nato a S, Agata Militello il 13 febbraio 1914, l'avv. Salvatore Mancuso è stato arruolato, con il n° di matricola 76046, quale iscritto di leva nel compartimento marittimo di Messina, con la classe 1914.
Giunto al corpo il 14 febbraio 1939, è stato classificato "Marinaio L". Il 15 febbraio dello stesso anno, è stato ammesso a frequentare il corso di allievo ufficiale di complemento per laureati. E' stato Aspirante Sottotenente Commissario di complemento dal 4 giugno 1939. Per effetto del Regio Decreto del 25 gennaio 1940, è stato nominato Sottotenente di complemento nel corpo del Commissariato della Marina Militare, con anzianità di grado dal 1° novembre 1939. Al fine di adempiere agli obblighi di leva, con Decreto Ministeriale del 25 gennaio 1940 è stato temporaneamente chiamato in servizio attivo dal 1° novembre 1939. Di nuovo per Decreto Ministeriale del 5 agosto 1941, è stato, per esigenze eccezionali, temporaneamente trattenuto in servizio dal 16 giugno, a causa dello stato di guerra.
Col grado di Tenente Commissario di complemento (per Regio Decreto del 29 aprile 1942), l'avv. Mancuso prese parte al 2° conflitto mondiale quale componente della 1° squadriglia di motosiluranti

"CERO ARM.", dal 12 febbraio al 16 novembre 1943, partecipando al ciclo delle operazioni in mare.
Dopo 52 giorni di intensi combattimenti contro le forze armate tedesche, che avevano assediato l'isola di Lero (Mar Egeo) a seguito di violenti e continui attacchi aerei, quando il Mancuso era circondato da soverchianti forze nemiche, oltre che allo stremo delle energie e della resistenza, il Comandante delle forze combinate di difesa, gen, Britterhaus, diede ordine di cessare il fuoco per evitare altro inutile spargimento di sangue.
Il 17 novembre 1943 l'avv. Mancuso è stato fatto prigioniero dalle forze armate tedesche nell'isola di Lero (Mare Egeo) e deportato nei campi di Bremenferde, Siedlce (Polonia), Folinghbstel, Sondbostel.
Durante tutto il periodo della prigionia non ha collaborato in alcun modo con í tedeschi rifiutandosi di andare al lavoro nei campi, subendo, anzi, per delazione di traditori pene severissime e violenze morali di ogni tipo.
E' stato liberato dalle Forze Armate Americane mentre era ancora al campo di Fallingbostel, ove assieme ad altri compagni si è schierato contro i tedeschi, favorendo l'avanzata delle Forze Armate Americane e la liberazione di altri campi di prigionia,
E' stato classificato "Krigsgefangenen" (prigioniero di guerra), e non "interrato militare", perché catturato a seguito di 52 giorni di combattimento e perché non si è arreso spontaneamente.
A norma del D.D.L. 518, del 21 agosto 1945 e del D.L. 304 del 16 settembre 1946, emanato dal Capo provvisorio dello Stato, la Commissione estera, con delibera N° G/ 6/69 P. 23 681 del 25 giugno 1949, ha riconosciuto l'avv. Salvatore Mancuso "Partigiano combattente" per il periodo 9/09/1943 - 17/11/ 1943 e "Prigioniero di guerra" dal 17/1 1/1943 al 7/09/1945 (foglio 10206 del 25/02/1950 rilasciato dall'Ufficio Stralcio Fronte Clandestino della Resistenza del Ministero della Marina).

SERVIZIO PRESTATO IN TERRA

LA SPEZIA: Deposito CREM, dal 14/02/1939 al 15/02/ 1939.
LIVORNO: Accademia Militare, dal 16/02/1939 al 30/06/ 1939.
MESSINA: Sezione Servizio Commissariato della Marina Militare, dal 1° luglio 1939 all'8 ottobre 1939.
CAGLIARI: Comando Marina, dal 26/11/1939 al 25/06/1940. Ascritto al Comando in capo del Dipartimento Marittimo dello Ionio e del Basso Adriatico (Taranto) per disposizione ministeriale del 16/02/1940.
FIRENZE: Comando Superiore CREM, dal 26/06/1940 al 28/08/1940.
LERO (Mar Egeo): Capo servizio amministrativo, dal 29/08/1940 all'1 1/02/1943.

BENEMERENZE

Croce al merito di guerra, 1^ Concessione di 1 ° e 2° ciclo,
Croce al merito di guerra, 2^ concessione, art. 2, lett. C.
Croce al merito di guerra per internamento in Germania, 3 ^ concessione, Riconoscimento delle campagne di guerra 1940-1945.

INCARICHI SPECIALI

Dal 14 marzo 1946 fino al decesso è stato Presidente dell'Associazione Nazionale Reduci e Combattenti della sezione di S. Agata Militello e Ispettore della zona.
Iscritto all'UNUCI dal 27/04/1940, dal rientro cioè dalla prigionia, ha fatto parte del Consiglio Direttivo della sezione e ha organizzato annualmente, il 4 novembre, in collaborazione con l'attuale Presidente, Ten. Prof. Cono Benedetto, la "Festa delle Forze Armate".



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